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Vuoto d'aria: ritratto di una generazione

Updated: Oct 16, 2023

Ultima notte vagabonda, è così che la chiamo, la lezione da imparare, è quello che ripeto a me stessa. il risveglio è troppo pesante. Non scordare la vergogna. Dovrebbe starsene nel corpo, la vergogna. Ho come una voglia di diventare ragionevole, non spingere più la notte fino alle sue ultime frontiere, smettere di lasciarmi andare a chiunque. Mi divora il ridicolo. Mi intralcia. Mi impiglio.

Vuoto d'aria di Clementine Haenel vocidicarta vocidicarta.it voci di carta Mariaconsuelo Tiralongo

Il libro protagonista di oggi è Vuoto d'aria, romanzo d’esordio di Clémentine Haenel, pubblicato in Italia da Alter Ego Edizioni e tradotto da Valentina Maini. È un esordio crudo e corporeo, nonché il racconto di un dis-ordinario vagabondaggio psicotico che si presenta come un diario di tutte le occasioni di tragedia che pesano su una giovane esistenza.


La narrazione si sviluppa partendo da un episodio traumatico per la protagonista: la fine della sua relazione violenta e clandestina con un uomo sposato più grande di lei. È proprio la protagonista a raccontare il senso di spaesamento provato a vent’anni quando tutte le sue certezze, seppur fittizie, vengono a mancare e l’unica cosa da fare sembra dirigersi verso l’autodistruzione.


Il profilo psicologico dell’io narrante è sfaccettato. Siamo di fronte a una giovane donna che vive in preda alle psicosi, che ha una dipendenza da fumo, alcol e sesso e che vive continue fasi depressive, vittima dei suoi meccanismi di coping disfunzionale. Non può fare a meno di ricreare le stesse situazioni ancora e ancora. È come se il dolore fosse l’unica prova del suo essere ancora in vita, dilaniata da una continua apatia verso il mondo che la circonda ma non la ingloba davvero. Il dolore diventa l’unica via d’uscita. Il dolore e la scrittura. Scrivere, stendere il ricordo e la sua vergogna sulla carta dona senso alle vicende di cui è protagonista. Affinché gli eventi, il dolore e la vergogna trovino un loro perché.


L'articolo è suddiviso in:


I temi principali di Vuoto d'aria


Mauvaise passe è il titolo originale, che può essere tradotto letteralmente in italiano come “un brutto periodo”, o “passarsela male”. Più volte mentre si legge il libro ci si chiede se quello che sta passando la protagonista sia solo un brutto periodo o, piuttosto, una brutta vita, mentre si assiste inermi alla sua opera di autodistruzione.


Dopo la fine della sua relazione, la protagonista senza nome tenta il suicidio, viene ricoverata in un ospedale psichiatrico, si abbandona totalmente alla sua dipendenza affettiva e subisce persino un aborto. La vita si intreccia inesorabilmente alla morte, alle volte fermamente cercata, altre, invece, capitata e basta. L’apatia contraddistingue questo personaggio. Apatia e sfiducia nei confronti del prossimo. Si parla di abusi psicologici e fisici, del confine labile tra consenso e non consenso e della rabbia di una generazione educata a pane e favolette che crescendo si è ritrovata in una realtà ben lontana da quella delle fiabe. Penso che il fattore più disturbante di Vuoto d’aria sia proprio la veridicità di ciò che racconta. Questa voglia di autodistruzione che forse accomuna un po’ tutti noi poveri disillusi dalla vita.


Imparare a gestire i propri turbamenti interiori è faticoso. Lo sa bene la protagonista di Vuoto d’aria che prova a fare i conti con il proprio dolore dissociandosi dalla realtà e perdendosi nell’oblio di sé. Capire come uscire dal circolo vizioso del dolore vuol dire grattare dove fa male fino a farsi sanguinare, farsi spazio tra le ferite e curarle affinché diventino cicatrici. Significa scendere a patti con sé stessi e forse, riuscire a perdonarsi davvero, in attesa di un’assoluzione che non può arrivare da nessuno diverso da noi.


Il racconto di una generazione disillusa


Clémentine Haenel racconta l’altra faccia dei vent’anni. Quando sentirsi parte di qualcosa diventa estremamente complicato. Quando il mondo sembra non avere spazio per te. Quando non riconosci te stessa, i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti. Quando le certezze crollano e quando ti senti in colpa perché gli altri si aspettano che tu ti senta in un modo ma non riesci a sentirti davvero così. Quando crollano le aspettative, quando tutto ti ferisce. La protagonista è giovane, ha tutta la vita davanti e forse è proprio questa consapevolezza a spaventarla: la sua esistenza in potenza. Potrebbe far tutto ma non fa nulla e quel poco che fa le si ritorce contro. Non conosce l’amore né l’affetto. Scambia il sesso per attenzioni, intrattiene relazioni tossiche con uomini insulsi che non meritano nome, come lei.


 

Devo avere quattro o cinque anni, è un mercoledì. C’è soltanto mia madre. Dopo che l’ho tampinata, probabilmente a lungo, si convince a prepararmi un hot dog per pranzo. Solo che non è invitante come quelli che vedo nei cartoni e in televisione e ovviamente non mi piace il sapore. È la prima volta che la realtà mi delude
 

In Vuoto d’aria viene spazzato via il mito dei vent’anni. E l’autrice realizza questa demonizzazione del “periodo più bello della vita” dando voce a una ragazza che attraverso un flusso di coscienza caratterizzato da frammenti, frasi brevi, sincopate e taglienti, racconta la sua discesa personale all’inferno. È un racconto, il suo, che si nutre di zone grigie, tensioni e ricordi annebbiati dall’alcol e dal fumo di una sigaretta.


Clementine Haenel  autrice di Vuoto D'aria vocidicarta.it voci di carta vocidicarta Mariaconsuelo Tiralongo
Clementine Haenel autrice di Vuoto d’aria Creator: © Francesca Mantovani | Credit: Bridgeman Images Copyright: Photo © Francesca Mantovani/Opale / Bridgeman Images

La disumanizzazione in Vuoto d’aria


Singolare la scelta della Haenel di non dare un nome alla protagonista che si pone, così, sullo stesso piano degli uomini sbagliati che frequenta, indicati con le lettere X, Y e Z. Mentre in Romeo e Giulietta i protagonisti si chiedevano a gran voce cosa fosse un nome poiché al proprio volevano rinunciare per amore, in Vuoto d’aria di Clémentine Haenel l’assenza di nomi è una forma di depersonalizzazione che conduce il lettore nelle varie fasi dell’autodistruzione che sta mettendo in atto la protagonista. Autodistruzione che si attua soprattutto di notte quando l’io narrante abbandona il proprio corpo alle voglie di estranei. La notte è tepore, casa ma è anche orrore. È di notte che accade l’indicibile, che il suo corpo si spoglia e diventa oggetto di sopruso, quando vorrebbe rifiutarsi eppure continua.


 

La notte, io mi apro. Mi svelo; mi spoglio. Possono rotolarmi sopra. Tutti, o quasi, hanno almeno una possibilità di passare sul mio corpo. Non mi rispetto: è questo che dicono. Mi scivola addosso. Non che non lo pensi, ma non riesco a fare altro. A quanto pare dovrei essere più selettiva, esigente, qualità che nessuno mi ha dato. Io: me ne frego, la notte ho bisogno che un corpo mi investa. A volte non lo voglio davvero, ma succede. Mi sveglio e schizzano i ricordi.

 

E mentre di notte in notte la protagonista passa dalle braccia di un aguzzino all’altro, il racconto diventa sempre più cruento. Per ammissione dell’io narrante stesso, l’annientamento personale è un bisogno. Lei spegne il cervello, scambia sesso per contatto umano, incapace di scegliere fino in fondo la vita o la morte, all’interno di un romanzo caratterizzato da due forze motrici: l’irrefrenabile tendenza a deragliare e la speranza che si ripresenta sotto forma di un nuovo amore.


La maternità mancata


Ed è proprio la ricerca dell’amore che conduce quest’anima all’ennesima deriva. Rimane incinta di un ex paziente dell’ospedale psichiatrico in cui è stata ricoverata. Accoglie la notizia con gioia, nonostante tutto. Pensa che forse era questo il cambiamento di cui aveva bisogno per rimettersi in sesto. Per un po’ di tempo sembra esser serena finché non ripiomba nel suo inferno personale che, questa volta, viene narrato con meno ferocia.


 

Penso alla moglie di X., la odio per il fatto di essere madre. La odio perché a volte, ci sono cose come questa che non dovrebbero accadere, cuori che devono smettere di battere; cuori che devono farsi aspirare. Tutto questo mi schiaccia i polmoni. La odio perché c’era qualcosa, e adesso non c’è più niente. Gli parlavo, non in modo chiaro, e nemmeno ad alta voce. Almeno credo, non ricordo più, più molto bene. È soprattutto il battito dei due cuori a disturbarmi. L’ematoma è la prova che è successo, che è accaduto davvero e che sono adesso libera dalla sua assenza.

 

Capita qualcosa di indicibile. La vita che portava in grembo cessa di esistere, annientandola ancora una volta. E lei, per sua stessa ammissione, si sente un involucro vuoto. Ripensa a X e a sua moglie che, invece, di figli ne ha avuti. E la odia perché oltre ad avere X, lei ha anche i figli di X mentre alla protagonista rimane solo un’assenza incolmabile. Questo è l’unico episodio in cui l’io narrante prova un po’ di pietà per sé stesso.


Una realtà disturbante


Strabordante, inquietante, disturbante e veritiero sono gli aggettivi che utilizzerei per descrivere il romanzo d’esordio di Clémentine Haenel, giovane scrittrice parigina, classe 1992, pubblicata in Francia da Gallimard (realtà editoriale che pubblicò l’esordio letterario di Annie Erneaux risalente al 1974) e arrivata in Italia grazie al coraggioso lavoro della casa editrice indipendente Alter Ego.


Non è difficile immaginare che il pubblico e la critica si siano divisi in due categorie dopo la lettura di Vuoto d’aria. Da una parte i fautori della rappresentazione idilliaca dei vent’anni che, per ovvie ragioni, hanno provato un forte sdegno per le situazioni descritte. Dall’altra, chi come me ha apprezzato la narrazione secca e ritmata della Haenel e il suo linguaggio crudo e corporale che a tratti ricorda lo stile di Houellebecq. Ma come la stessa Haenel ha affermato durante la presentazione del suo romanzo a Bologna lo scorso ottobre, l’importante è non aver generato indifferenza.


La rappresentazione del sesso e della violenza in Vuoto D’aria


Il sesso raccontato è un sesso pericoloso per il corpo e per la mente, la cui rappresentazione è volutamente provocatoria. L’autrice indaga quella che viene definita zona grigia del consenso, in cui sottomissione e consapevolezza si mischiano rendendo difficile, per la legge ma anche per la mente della protagonista, individuarne i confini e attribuire delle responsabilità. La protagonista diventa l’emblema di una generazione che forse più di altre è incapace all’esistenza e che sfugge ad essa rifugiandosi nella violenza contro sé e gli altri.


La violenza è endemica nel romanzo: non solo violenza di genere, ma violenza che si infiltra in ogni pensiero dell’io, dalla passione per le storie dei più efferati serial killer, al desiderio incalzante di uccidere chi le sta intorno. L’io narrante non ha filtri e non si pone limiti. Pronuncia ad alta voce i segreti più profondi dell’inconscio.

Cosa resta al lettore, dopo aver terminato questo breve ma intenso viaggio verso la morte e la rinascita? La sensazione che il racconto della dissoluzione della narratrice travalichi i confini della vicenda personale, e si faccia in qualche modo critica sociale. Vuoto d’aria non racconta come trovare la via d’uscita, ma rappresenta uno specchio in cui riconoscersi dentro: piccoli, fragili, desiderosi di respirare.


 

mariaconsuelo tiralongo vocidicarta.it vocidicarta voci di carta vuoto d'aria

Autrice: Mariaconsuelo Tiralongo


Classe 2000, figlia del Mar Jonio e dei Monti Iblei. Da sempre appassionata di letteratura e scrittura creativa, è founder e capo redattrice di Voci di Carta. La trovate su @mylifeas__c


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