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Beati gli inquieti: la ricerca di una voce umana nella follia

«La follia e il deserto hanno tre cose in comune: l’abbandono, la sconnessione, lo spopolamento»

Abbandono, sconnessione, spopolamento, sarebbero probabilmente le prime sensazioni istintive di chi entrasse per la prima volta nella Casa delle farfalle, centro di riabilitazione psichiatrica. Chi, invece, decidesse di andare oltre questa superficiale apparenza dovrebbe presto ricredersi, perché di desertus (nel senso latino del termine, “luogo di abbandono, desolato”) non c’è proprio niente. Ed è precisamente ciò che fa Antonio, protagonista del romanzo Beati gli inquieti,firmato da Stefano Redaelli, edito Neo Edizioni, pubblicato nel 2021.



L'autore, attualmente docente di Letteratura italiana presso la facoltà di Artes Liberales dell’Università di Varsavia, dopo aver conseguito un dottorato in Fisica e uno in Letteratura, negli ultimi anni e nelle sue più recenti pubblicazioni ha dedicato ampio spazio all’indagine dell’alienazione mentale. Un’indagine inedita e affascinante che coinvolge nel suo campo di ricerca follia, medicina, scienza, letteratura e spiritualità e che ha trovato perfetta realizzazione proprio nel romanzo Beati gli inquieti.


L’articolo è suddiviso in:



Il protagonista di Beati gli inquieti


Antonio è un giovane ricercatore universitario che decide di trascorrere alcune settimane nel centro di riabilitazione psichiatrica Casa delle farfalle per indagare, toccare con mano, abitare e poi raccontare in un libro quella che viene comunemente definita «follia».  Antonio entra nella casa con altissime aspettative riguardo al libro che intende scrivere. Aspettative che, tuttavia, sono ben presto disattese dalla frustrante quotidianità a dir poco ripetitiva e alienante che si vive nella struttura, .


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Questa routine, che si traduce in una vera sospensione del tempo e del suo scorrere, è appesantita dal totale stato di isolamento dalla realtà esterna in cui versano i pazienti: nessuno viene a trovarli, riflette Antonio, perché tutto sommato i cosiddetti “sani” hanno paura di loro. Di fronte a loro non c’è modo di nascondersi, i matti spogliano e leggono l’anima.


Antonio, invece, non ha paura di essere messo a nudo da coloro che lo circondano perché sta cercando proprio questo: la verità. Inizia così una storia profonda e coinvolgente di come, grazie alle preziose relazioni di fiducia, amicizia, e condivisione che Antonio intesse con gli altri pazienti della comunità, il giovane ricercatore arriva a conoscere se stesso più di quanto non abbia mai fatto.

 

Gli abitanti della Casa delle farfalle.


 I pazienti che abitano la Casa delle farfalle sono la vera anima del romanzo Beati gli inquieti, che è tenuto in vita proprio dai pensieri e dai racconti di Carlo, Simone, Angelo, Cecilia e Marta, ospiti della struttura, e soprattutto dai sorprendenti, spesso surreali, dialoghi che Antonio instaura con loro. I protagonisti del libro prendono forma attraverso i pensieri, i racconti, le parole che essi condividono con il narratore. Al di fuori di ogni retorica, Antonio impara moltissimo da tutte le persone che lo circondano nella casa di cura, soprattutto sotto l’aspetto umano piuttosto che sotto quello della malattia psichiatrica.


Con il trascorrere dei giorni nella struttura, il protagonista instaura un solido rapporto di fiducia reciproca con Carlo, Simone, Angelo, Cecilia e Marta. Quella che doveva essere soltanto una ricerca letteraria diventa una profonda esperienza di dialogo e, soprattutto, di ascolto. È questo ciò che fa Antonio: ascoltare, tutto il tempo. Non essendo né psichiatra, né infermiere, né assistente sociale, non può fare altro che ascoltare. Dietro questa inutilità, solo apparente, ben presto Antonio si accorge che l’ascolto giova tanto agli altri pazienti quanto a lui stesso. Per i pazienti, la presenza di qualcuno che può raccogliere le loro parole nel dolore, anche se sono parole deliranti o incomprensibili, si rivela preziosa.


Spesso accade, infatti, che nei momenti di più feroce sofferenza psicologica chi ne è affetto non sappia spiegare con esattezza e razionalità ciò che sta passando. Il disagio psichico sembra essere qualcosa di così profondamente radicato nell’io umano da non poter essere espresso a parole e, di conseguenza razionalizzato. Di fronte a questa impossibilità di raccontare, apparentemente insormontabile, scrittura e letteratura si dimostrano dei canali privilegiati per trovare delle nuove parole che dicano la follia. Antonio, grazie alla sua intelligenza e alla sua sensibilità, è la persona ideale per guidare il paziente in questa lunga e complessa ricerca.

 

La follia tra finzione letteraria e realtà: Il piccolo principe nella Casa delle farfalle.

 

La direttrice della struttura propone ad Antonio di mettere la sua formazione letteraria al servizio dei pazienti della Casa delle farfalle, offrendo loro un laboratorio di biblioterapia di gruppo. Il protagonista accoglie con entusiasmo questa iniziativa e, per l’occasione, sceglie di parlare de Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry. Nel corso del laboratorio di lettura collettiva, finzione letteraria e realtà diventano un tutt’uno. Tutti i presenti sono coinvolti anima e corpo nella lettura del Piccolo Principe fino quasi a non distinguere ciò che viene raccontato nel libro dalla realtà.


Ciò che mi ha più sorpreso di questo esperimento è che la finzione letteraria non ha distanziato i malati dalle loro sofferenze e dai loro deliri, proiettandoli sulla carta, ma ha fatto sì che ognuno finisse per rileggere e riscrivere il libro a modo suo, entrando in contatto con se stesso.


Ho trovato particolarmente evocativo, in questo capitolo, l’accostamento della follia all’immagine e al motivo del deserto, accostamento che viene proposto più volte nel corso della storia, come testimonia anche la citazione che ho scelto come apertura di questa recensione. Durante il laboratorio di biblioterapia ogni partecipante restituisce un’idea di che cosa sia per lui o per lei il deserto, idea che probabilmente corrisponde a come ognuno di essi vive il proprio disagio mentale.


Da questo passo, solo apparentemente leggero, di Beati gli inquieti si ricava un messaggio potentissimo: letteratura è così (come forse dovrebbe sempre essere) uno strumento privilegiato per la comprensione di emozioni e sentimenti umani. Prendendo in prestito le parole di Antonio, la letteratura è come una lente di ingrandimento che quando incontra la follia diventa al tempo stesso specchio, in quanto riflette «gli strati più profondi dell’anima, quelli nascosti». Chi provasse tristezza o paura di conoscere se stesso, è bene che non vada a trovare i matti.


 

La guarigione di Antonio.


Dall’esperienza psichiatrica e terapeutica del protagonista si sviluppa un vero e proprio romanzo – diario, e proprio il ruolo di scrittore in visita alla struttura per comporre un libro sulla follia si rivela fondamentale nel percorso psicoterapeutico di Antonio. Per tutta la lunghezza del romanzo, la sua scrittura rimane costantemente focalizzata sull'altro e quasi mai sul proprio (traumatico) vissuto personale.


Sarebbe fuorviante e riduttivo considerare il romanzo di Antonio, che si innesta nella più ampia cornice del romanzo di Redaelli, come un semplice resoconto psichiatrico: è piuttosto una storia affascinante e coinvolgente di come, conoscendo l’altro, si arrivi a conoscere se stessi. Infatti, Antonio si può dire guarito, se non del tutto almeno in parte, grazie alle preziose relazioni di fiducia, amicizia e condivisione da lui intessute con gli altri pazienti che hanno contribuito a creare una comunità terapeutica che ha fatto da scudo contro il deserto di isolamento e abbandono in cui troppo spesso il malato psichiatrico è imprigionato.


Se è vero che «la follia e il deserto hanno tre cose in comune: l’abbandono, la sconnessione, lo spopolamento», si può dire che, alla fine della storia, grazie alla potenza della parola, della scrittura, dell’ascolto, in Beati gli inquieti quel deserto sia diventato almeno in parte un giardino, proprio come il giardino della Casa delle farfalle che gli ospiti della struttura curano con affetto, impegno e dedizione.


L’ammonimento ultimo che ho ricavato da Beati gli inquieti è che i veri folli, alla fine, sono coloro che vivono nella più ferrea convinzione di essere sani per paura di riconoscere la propria vulnerabilità, rinnegando così gran parte della propria umanità. 

 

Riflessioni conclusive.


Beati gli inquieti si rivela, nel complesso, un romanzo splendidamente riuscito, intriso di squarci poetici e lirici. Un lungo componimento poetico dove la finzione letteraria diventa un modo per esplorare se stessi e comprendere le proprie emozioni. Stefano Redaelli, in tal senso, ci offre una profonda riflessione sull’importanza dell’ascolto, della condivisone e sulla vera natura dell’umanità.


Di questo libro due aspetti mi hanno particolarmente colpito dal principio alla fine della lettura: la leggerezza e l’esattezza con le quali si racconta la malattia mentale. Leggerezza, si faccia attenzione, non nel senso di vacuità o superficialità: si tratta, piuttosto, di una equilibrata e calcolata sottrazione di peso grazie alla quale, lungi da ridurre la profondità e la gravità dell’argomento raccontato, l’autore arriva al lettore con incredibile spontaneità e naturalezza, nonostante la gravità dell’argomento trattato.


Anche per questo Stefano Redaelli ha scelto convintamente di raccontare la follia, parola il cui etimo latino follis conserva la levità e la leggerezza e di pallone pieno d’aria. In un mondo che, ancora oggi, associa al disagio mentale un’idea di violenza, aggressività, pericolo, la scelta stilistica (ma anche ideologica) di Redaelli è da ritenersi coraggiosa e lodevole.


Ho trovato sorprendente l’esattezza, quasi scientifica, con cui Antonio, protagonista del romanzo, restituisce la propria esperienza di malattia e di guarigione. Nella Casa delle farfalle egli accoglie (e trascrive) le parole e i racconti dei compagni della casa di cura. Lo fa quasi annullando se stesso, come uno strumento a disposizione del malato: asseconda l’interlocutore senza mai contraddirlo, ribatte solo se strettamente necessario. Il racconto della vita di Antonio è portato avanti con la razionalità e la scientificità che contraddistinguono anche la sua scrittura.


Perché Antonio è prima di tutto uno scrittore, e lo dimostra attraverso l’instancabile e costante tentativo di trovare le parole che per lui sono più fedeli all’esperienza che sta vivendo. Un tentativo che a conti fatti si può dire molto ben riuscito, e che arricchisce il libro di una componente di verità che solo dall’esperienza può nascere. Se alla fine di questo breve ritratto del romanzo di Stefano Redaelli vorrete seguire il consiglio di Antonio, e andare dunque a trovare i matti, la Casa delle farfalle può essere un ottimo punto di partenza. Buon viaggio!  


 


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Autore: Stefano Sbrana

Classe 1998, laureato in Italianistica all'Università di Pisa. Vive perlopiù di gatti, tramonti e pagine di libri.

 

Da sempre cerca le parole giuste per raccontare il mondo. Ancora non le ha trovate, ma non si dà per vinto.



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